• martedì , 1 Dicembre 2020

L’importanza della famiglia nell’educazione del bambino

Portatrice sana di valori, responsabilità e sviluppo sia emotivo che sociale, la famiglia è sempre stata il caposaldo fondamentale per la crescita del bambino che, gradualmente, si affaccia al mondo con occhi sempre diversi. Una guida essenziale anche nell’educazione di quest’ultimo dal momento che acquisterà, dal nucleo più importante della sua vita, quella consapevolezza e quella responsabilità che gli consentiranno di affrontare la società.

La famiglia è responsabile soprattutto delle diverse fasi di ragionamento del bambino, formato educazione famigliaquest’ultimo attraverso i punti di vista della stessa senza, però, deviare quello dell’infante, snaturandole. In questo modo egli cresce con un’autonomia razionale propria e la sviluppa, in seguito, secondo l’impronta che gli è stata data dalla famiglia stessa la quale, inoltre, conserva un ruolo centrale nella delicata fase psicologica dell’adolescenza, quando cioè egli esprime la sofferenza che ha dentro di sé.

Andando con ordine, però, il bambino ha innanzitutto bisogno di percepire quella armonia e quel senso di protezione che solo la famiglia (in questo caso il suo ambiente educativo) può dare, essendo anche il primo ambiente di socializzazione che il bimbo vive.

L’importanza della famiglia in questo campo, comunque, è stata studiata anche a livello psicanalitico, dimostrando come la personalità del determinato individuo dipenda fortemente anche dall’ambiente d’appartenenza innanzitutto perché, se nel contesto familiare c’è una profonda atmosfera di cura e attenzione, il bambino che vive all’interno di tale nucleo svilupperà un importante senso di fiducia.

Ciò è maggiormente visibile soprattutto in una delicata fase che va dai sei ai dodici anni, ovvero dall’infanzia fino alla pre-adolescenza, quando cioè il bambino inizia a sviluppare sempre di più la propria capacità di concentrazione ma anche un proprio senso morale.

Tutto ciò, infatti, è aiutato anche dall’affaccio al mondo esterno e le conseguenti relazioni sociali che egli inizia a scoprire e sperimentare, anche andando a scuola, gestendole però sulla scia di quanto imparato nel nucleo familiare. Uno dei fattori principali dato da quest’ultimo, comunque, è dato dalla pazienza e dal dialogo.

È noto, infatti, come la radice della gran parte dei problemi familiari derivi da una scarsa comunicazione interna e, proprio per cercare di evitare tutto questo, lo stimolo al dialogo e alla parola è una delle prime cose che l’adulto cerca di inculcare al bambino, cercando così di eliminare ancor prima che si presenti, all’interno di quest’ultimo, un futuro disagio nell’esprimersi.

A tal proposito, ci sono i cosiddetti “genitori sensibili”, cioè quelli che riescono ad immedesimarsi nei figli e capire le loro emozioni, formando dunque un legame empatico che il bambino stesso, a sua volta, lo svilupperà appena prima, come già accennato, della fase del dialogo.

Il bambino, in altre parole, non è un contenitore vuoto e il suo crescere sarà garantito da un ambiente che facilita il suo complessivo processo di sviluppo. Educare con empatia vuol dire entrare in relazione con i propri figli, arricchendoli inoltre dell’ascolto di un altro essere umano che, probabilmente, vuole dirci qualcosa.

L’acquisizione di un bagaglio di valori e principi morali, insomma, è fondamentale per permettere ai bambini e ai ragazzi di vivere in mezzo agli altri, confrontarsi e riservarsi un proprio posto nella società. Solo così essi potranno avvalersi di norme e valori che già appartengono alla propria educazione familiare ma anche grazie all’importante contributo, come già menzionato in precedenza, della scuola la quale costituisce uno strumento che favorisce lo sviluppo di un pensiero critico e fondamentale per il confronto dialettale con chi ha opinioni diverse dalle proprie.

Proprio in relazione a questo, infatti, molti studiosi hanno analizzato i benefici della relazione tra pari nei bambini da due punti di vista: alcuni si sono soffermati sul fatto che stare con gli altri bambini aiuti ad acquisire capacità diverse, non necessariamente legate alla socializzazione; altri si sono invece concentrati sullo studio delle abilità necessarie per stare bene con gli altri e solo in un secondo momento hanno preso in esame gli esiti evolutivi legati a queste abilità.

Chiusa questa piccola parentesi, comunque, c’è da dire che l’educazione non consiste nella rigorosa messa in atto di principi o di un rigido sistema di regole che, se applicati, pongono al riparo da eventuali deviazioni di comportamento.

L’educazione è, piuttosto, un processo complesso che interessa la dimensione affettiva ed emotiva; è un intreccio ed un incontro fra personalità e relazioni che il bambino sperimenta innanzitutto con i genitori, i quali svolgono un ruolo fondamentale nel suo sviluppo.

Oltre a trasmettere norme, l’azione educativa si basa su affetti profondi che vengono trasmessi dalla più tenera età, come detto, e che costituiscono la base sicura entro cui si creano sane relazioni. La famiglia, in altre parole, costituisce un punto di riferimento fondamentale per l’educazione dei figli, e alla stessa non può essere sottratta la primaria missione educativa, che si presenta come la colonna portante di ogni singola sfumatura della personalità del bambino.

È necessaria, perciò, l’assunzione di consapevolezza di una relazione continua tra adulto e bambino che, in un certo senso, fa crescere insieme influenzandosi a vicenda, anche se ciò deve essere sempre stimolato dal genitore o, comunque sia, dall’educatore di quel determinato nucleo familiare.

Affinché ci sia tutto questo, però, è fondamentale che non ci siano, all’interno dello stesso nucleo familiare, disgregazioni o attriti che potrebbero incidere negativamente sullo sviluppo psichico e sociale del bambino, dal momento che è la famiglia che modella la personalità del ragazzo prima ancora che egli vada a scuola e rischiando, perciò, di influire grandemente su di lui durante tutta la vita scolastica.

La prima espressione della cultura, dunque, viene trasmessa dalla famiglia, poi la scuola entra in gioco come struttura formativa. L’adolescenza, dunque, tenendo conto di questo punto di vista, prima si supera in famiglia e poi si integra nel mondo esterno, evitando traumi derivanti da situazioni iper-protettive le quali potrebbero scaturire, poi, con interventi esterni per ricompattare la psiche del bambino/ragazzo.

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